Ad Expando

mercoledì 9 dicembre 2009

HU KE CRITICA DELLA CINA MODERNA CON LA SCULTURA

Hu Ke

Arte cinese Contemporanea, sculture che vogliono rappresentare l'identità politica contemporanea della Cina giocando su due aspetti complementari e opposti, le contradizioni: da una parte il potere e dall'altra la privazione del potere, di ogni potere , la metafora di una condizione politica reale e dell'assenza di riforme.

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Il dramma dell'emarginazione, della solitudine, di un desiderio che non è Eros, pasta di carne (...) ma è metafora di un desiderio impastato di un consumo smodato, un che di moralismo in questo artista ancora preso dalla morale idealista del Socialismo Reale e non da meno da una malcelata volontà di potenza identificata con una citazione presa dal film "il dottor Stranamore" a mio parere espressa con canoni e significati strattemente orientali sia pure cedendo un poco alla seduttività del Pop Art.

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Qui ho inserito solo una parte delle sue sculture,per avere una visione della sua opera piu compiuta andate sul suo sito.

Il suo sitoclip_image001

Fonte

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martedì 8 dicembre 2009

PRISONERS & PROSTITUTES PAINTINGS

Hung Liu:Sto dipingendo in America del 1984, ma la storia cinese è sempre stata l’essenza del mio lavoro. Sono cresciuta cantando l’Internazionale. Noi allora credevamo nel comunismo, in un sogno socialista utopico e nell’eroismo. Ho rimpiazzato queste credenze con una specie di moderno umanesimo, ma alcuni fondamentali valori ideologici dei miei 36 anni in Cina rimangono con me. Anche oggi, quando mi sento ferita, darei l’anima per essere come le donne soldato di “Daughters of China”, la pellicola del 1949 di propaganda che serve da base per le mie pitture più recenti. Solitamente io dipingo dalle fotografie storiche della Cina, ma in questo caso il film mi ha offerto una sequenza di immagini eccezionali di eroici e disperati combattimenti di donne soldato che, nel 1938, sacrificarono le loro vite per permettere la ritirata dell’armata cinese. Ho visto questa pellicola da bambina in Cina ed ha modellato le mie aspettative sulle donne come protagoniste nell'utopia socialista emergente. Naturalmente, l’utopia non si è mai realizzata, ma una specie di femminismo sofferto è rimasto con me per il resto della mia vita. La storia non è un'immagine statica o una storia congelata. Non è un nome. Anche se le immagini e le storie sono molto vecchie, la storia sta andando sempre avanti. La storia è un verbo. “

Prisoners

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Prostitutes

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Hung Liu

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lunedì 7 dicembre 2009

I POLITTICI DEL CRIVELLI PER IL BICENTENARIO DI BRERA

Una mostra rara, preziosa, così come il suo sconcertante, prodigioso, coinvolgente pittore ritenuto al tempo un primitivo, il Crivelli, che conclude il bicentenario di Brera con un’occasione unica: rivedere quasi al completo i pannelli che componevano le due grandi pale eseguite per Camerino (il trittico di San Domenico e il polittico del Duomo), ammirare la splendida Annunciazione di Ascoli, in prestito dalla National Gallery di Londra che, dopo Brera, possiede il maggior numero di opere del Crivelli. Una vicenda all’apparenza singolare quella del pittore veneziano a Brera.

Madanna della Candeletta

Allorché Eugenio di Beauharnais divenne viceré d’Italia, aprì Brera al pubblico e su consiglio della madre l’allora imperatrice Giuseppina, moglie di Napoleone, volle fare della collezione milanese un museo centrale per l’arte italiana.

OPUS KAROLI CRIVELLI VENETI 1473

Non c’è troppo da stupirsi che nel 1811 i commissari napoleonici dalle Marche convogliassero ben 13 tavole, due pale e dieci scomparti che componevano i due polittici per Camerino di un artista singolare, poco conosciuto.

The dead Christ supported by two angels Carlo Crivelli.

Talune tavole vennero poi disperse: alcune «scene» cedute e la mirabile Annunciazione di Ascoli scambiata con un’altra opera da Londra, la Consegna delle chiavi di San Pietro finì ai Musei di Berlino.

MADONNA CON BAMBINO

Di Carlo Crivelli, della sua esistenza poco si sa: nacque a Venezia verso il 1430-35 (coetaneo di Mantegna e Bellini che ammirerà) da un pittore che gli insegna il mestiere, mentre fioriscono le due botteghe di Jacopo Bellini e dei Vivarini. Si hanno tracce di lui a Padova, dove si trova lo Squacione. Nel 1457 è costretto a lasciare Venezia per un amore adulterino, va a Zara, dal ’68 è nelle Marche, fra Ascoli, Camerino, Ancona, Fermo, Fabriano, luoghi di varie committenze, muore fra il 1494 e il ‘95.

Carlo Crivelli, Trittico di Montefiore dell'Aso

Artista straordinario, in bilico fra gotico e rinascimento, ebbe immaginazione fertilissima, maestria tecnica eccezionale, conoscenza dettagliata anche delle arti decorative (i giganteschi polittici sono vere e proprie macchine da costruire con falegnami, orefici e artigiani vari) e dei materiali più diversi, tessuti, tappeti (taluni rari portano il suo nome) legni, marmi, che riprodusse a profusione con precisione maniacale tanto da renderli «surreali». Maestro di illusionismi e inganni, conosce alla perfezione la prospettiva, tuttavia impiega sovente i salti di proporzioni, inserisce addirittura oggetti veri, direttamente nell’opera, come le chiavi di San Pietro o pietre decorative, in anticipo di secoli.

The Virgin and Child with Saints Francis and Sebastian

Girando fra le sale della Pinacoteca si resta ammaliati dalle opere in gran parte della fase ultima della carriera; soggiogano dettagli come i festoni di mele, zucche, cetrioli, ciliegie, con bucrani e minuscoli teschi di bimbi, piuttosto che le speciali mani allungate, snodate, stravaganti come quelle del Dio Padre dell’Incoronazione della Vergine, simili a granchi, o le singolari ali dell’angelo annunziante, carico di gioielli come sovente le Madonne. Usava colori a tempera di tale splendore e scintillii che risultano, dopo restauri recenti, brillanti e come l’oro che impiega dove possibile.

The Crucifixion

Ciò che questa mostra suggerisce, con confronti d’argenterie, reliquiari, terracotte, tappeti, piviali o il mirabile tondo dei Della Robbia, ma anche con opere di altri artisti del tempo, è che certo Crivelli guardò Mantegna e Giovanni Bellini, tuttavia ogni creazione è studiata, meditata, preparata, filtrata dalla sua maestria e genialità. Non a caso nel secolo scorso citato da Apollinaire, Severini e Gadda. È pur vero come indica la curatrice della mostra, Emanuela Daffra, che i committenti gli domandavano oro, luccicore, colori, in pratica gioielli ed eleganze di corti più o meno minuscole, ma il Crivelli in tanta esuberanza di dettagli, ori, colori seppe muoversi e giostrarli con sapienza squisita.

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Come mostra l’incanto delle tavole e delle pale ricostruite o delle opere minuscole come il San Francesco che raccoglie il sangue di Cristo dal Poldi Pezzoli.

The Annunciation with St. Emidius -1486- Artist Carlo Crivelli -c. 1435 1495

Basta un’occhiata all’Annunciazione di Sant’Emidio che tornerà a Londra: una scena di vita cittadina con architetture, una loggia abbellita da fiori e uccelli, di lato una visione di scorcio in prospettiva magistrale, archi, scale, un bimbetto che sbircia oltre la balaustra, figure del tempo indifferenti alla scena; inginocchiati stanno vicini l’Arcangelo Gabriele con giglio e mano destra in segno di benedizione, accanto a un giovane Sant’Emidio, patrono della città di Ascoli Piceno (committente per la parziale autonomia conquistata dallo Stato della Chiesa, da ciò la scritta sul gradino dipinto in primo piano: Libertas Ecclesiastica 1486), con piviale e mitra, ricchi di pietre preziose e il modello della città nelle mani. Catalogo (ed. Electa) con importanti saggi.

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Carlo Crivelli, L’incoronazione della Vergine con Agostino e Santi, seconda metà XV secolo, Pinacoteca di Brera, Milano.

CRIVELLI E BRERA
MILANO PINACOTECA DI BRERA
FINO AL 28 MARZO

Fonte testo

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Carlo Crivelli: Madonna umgeben von Heiligen, National Gallery, London, 1476

Vedi anche:

http://arengario.net/momenti/momenti51.html

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domenica 6 dicembre 2009

VISIONARY SURREALISM

La pittura di Georges Mazilu viene inscritta nella tradizione dei pittori simbolisti visionari.

Vive e lavora attualmente a Parigi. Dal 1978 partecipa ai principali saloni di arte contemporanea a Parigi e ad esposizioni personali e collettive in Francia e all’estero.

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Le sue tele, dove si interpongono architetture oniriche e personagi immaginari, si rinviano ad un’altra realtà, ci indirizzano al nostro subcosciente.

Georges Mazilu, Femme Ave Chat

C’è un miscuglio tra il lirismo del Rinascimento e il fiammeggiare dei maestri fiamminghi e romantici, che attraverso la pittura diventa visionario. Con una grande maestria di tratto, l’artista trascrive emozioni, al di là degli avvenimenti temporali. Il suo universo è un viaggio nel Tempo e nella Memoria. Socio di Salon d'Automne, di Artistes Français et della Fondation TAYLOR. Pittore del Musée de l'Imaginaire del Château de FERRIERES.

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sabato 5 dicembre 2009

PHIL MCANDREW'S ILLUSTRATIONS

Phil McAndrew è un illustratore e cartoonista che ha vissuto la maggior perte della sua vita a Syracusa, NY. Ha creato illustrazioni per libri, annunci pubblicitari, televisione commerciale, scenari teatrali, vestiti, posters, copertine di album, esposizioni di gallerie, siti web ecc..

Dopo avere ricevuto una borsa di studio quadriennale per arte visiva, si è laureato all'Istituto Universitario di Daemen con un BFA sull'illustrazione. Ha lavorato come educatore, insegnando arte e disegno ai bambini in giovane età in un programma di doposcuola. Phil è membro fondatore della Found Hat Press, un collettivo di giovani illustratori di talento e di vignettisti. Ha pubblicato un certo numero di mini fumetti ed attualmente sta tentando di scrivere il suo primo romanzo grafico. Phil ha vinto il premio 2006 Syracuse Press Club Professional Recognition Award for per l'illustrazione.

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The Artist & His Masterpiece

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Nosferatu

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It’s love, baby!

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Spoof Films, KING Magazine

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Sex And The City, KING Magazine

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Celebrity Sex Tapes, KING Magazine

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Disgusting Teenager, for Icki Lip

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50 Rules To Being A Gentleman, King Magazine

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50 Rules To Being A Gentleman, King Magazine

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Mystery!

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Releasing Excess Pounds And Excess Thoughts, bp Magazine

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Teller Tales, Baltimore Magazine

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Some of my favorite film directors at the movies, promo piece

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Me In 75 And A Half Years

site

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venerdì 4 dicembre 2009

QUILOMBOLAS

L'America Latina di André Cypriano

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Nonostante le origini africane del nome, Quilombo in Brasile è diventato il termine che designa le diverse comunità di discendenti degli schiavi africani fuggiti dalle piantagioni, anche se, quello che un tempo era il simbolo della resistenza nella lotta per abolire la schiavitù in Brasile, oggi fa riferimento a Quilombolas molto distanti l’uno dall’altro, che si battono prevalentemente per la conservazione della cultura e la regolarizzazione delle loro terre, oltre che per la sopravvivenza.

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Grazie ad un’articolata ricerca sul campo, condotta dal geografo e ricercatore dell’Università degli Studi di Brasília (UNB) Raffaello Sanzio Araújo dos Anjos e dal documentarista e fotografo André Cypriano, con Quilombolas. Traditions and Resistance Culture, oggi Quilombolas è anche un libro di riferimento e un’esposizione itinerante di fotografie in bianco e nero, capaci di restituire la complessità di una comunità estremamente eterogenea.

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logo_170710quilombolas_Caria_Macapa_Amapa_Isidia_Ramos_da_Costa_m

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Una mostra itinerante che dopo aver girato nel 2009 l’America Latina, nel 2010 sarà negli Stati Uniti e in Canada. Se a questo aggiungete la documentazione di Rocinha, una delle più grandi “favela” dell’America Latina o del tristemente noto penitenziario di Rio de Janeiro, lo sguardo di André Cypriano sul Brasile assume una notevole rilevanza, impossibile da ignorare, preziosa da esplorare dal punto di vista sociale, culturale, umano e ovviamente fotografico.

Fonte

http://www.andrecypriano.com/

http://coletivoarterizar.blogspot.com/2009/10/divulgacoes.html

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giovedì 3 dicembre 2009

ROGERIO REIS

Rogerio Reis è riconosciuto come uno dei più importanti fotografi brasiliani e autore di rilevanza mondiale.

Ha realizzato lavori in diversi settori, ma come molti fotografi brasiliani ha una forte inclinazione al sociale. Più volte si è trovato coinvolto, direttamente o indirettamente, in situazioni di grande violenza o, come lui la chiama, barbarie.

Tra tanti lavori uno in particolare ci è rimasto impresso. Lo abbiamo visto la prima volta qualche tempo fa alla MEP (Maison Europeén de la Photographie) di Parigi.

Back Light-Pneus -Exposição Microondas - MEP – Maison Européenne de la Photographie - Paris, 2007

Tem um cheiro de pneu queimado no ar (There's a Smell of Burnt Tire in the

Un’istallazione al centro di una stanza e fotografie alle pareti. L’istallazione costituita da numerosi copertoni d’auto accatastati, ma a fungere da cornici di fotografie su plexiglas retroilluminate. Protagonista: il fuoco.

Red Pillows-Travesseiros vermelhos - Exposição no Oi Futuro - Rio de Janeiro, 2007

Nei suburbi brasiliani, come in altre parti del mondo, è d’uso bruciare vive le persone che per qualche sgarro o per qualsiasi altra ragione, siano state condannate a morte dalle bande dei narcotrafficanti.

La vittima viene incastrata in piedi in cinque copertoni uno sull’altro e, con l’aiuto della benzina, viene bruciata. Come è capitato anche a un amico di Rogerio, giornalista, quando anni fa volle indagare troppo su quel mondo.

Per fortuna a Rio non esistono solo cose terrificanti. Un altro bellissimo lavoro di Rogerio intitolato Lona (Telo) riguarda il carnevale di strada. Risale a diversi anni fa, quando allestì con un telo bianco un set per la strada nel periodo del carnevale, per fotografare con una Hasselblad, singoli e gruppi di persone degni della più profonda menzione d’onore felliniana.

© Foto de Rogério reis. Os Clovis da Cinelândia. Rio de Janeiro

© Foto de Rogério Reis, carnaval na lona.

© rogério reis

Carnaval na Lona, O Palhaço e a Bailarina, 1991

Carnaval na Lona, Travesti, 1988

Fantasia de Palitos de Fosforos, Centro (Matchstick Costume, Downtown)

O homem árvore - Na lona - 1994

rogério reis

Surfistas de Trem

Violencia Nao

rogerio

Segue qui
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mercoledì 2 dicembre 2009

HOMELESS SÃO PAULO

Carlos Cazalis con "HOMELESS SÃO PAULO" ha vinto il primo posto nel World Press Photo nella categoria Contemporary Issues.

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Foto © Carlos Cazalis

Vedere gli stracci umani di Cazalis è molto triste e fa venire il dubbio che giorni migliori arriveranno.
http://www.cazalis.org/
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martedì 1 dicembre 2009

NIGERIA, CINEMA E POVERTA’.

Gli scatti di Pieter Hugo raccontano Nollywood

Il fotografo sudafricano Pieter Hugo sceglie la prospettiva di Nollywood, l’industria cinematografica nigeriana, per raccontare le contraddizioni e le difficoltà delle emergenti società africane. L’esposizione sarà visibile dal 25 novembre al 9 Gennaio alla Galleria Extraspazio.

Nollywood è la terza industria del cinema a livello mondiale, ma poco ha a che vedere con la concezione di cinema occidentale. Budget ridotti all’osso, scenografie improbabili e attori improvvisati diventano sufficienti a mettere in scena la grande tradizione narrativa africana. Pieter Hugo ha voluto riprodurre questa realtà e ritrarla attraverso le sue fotografie frequentando nel 2008 e 2009 i set del cinema nigeriano.
Hugo è affascinato dalle situazioni “borderline” che individua nei suoi viaggi attraverso l’Africa e, come già nelle precedenti serie che hanno fatto il giro del mondo (Looking Aside, The Hyena & Other Men e Messina/Musina), riesce a essere contemporaneamente distaccato ma dialogante rispetto ai soggetti dei suoi ritratti.

Sudafricano di origine afrikaneer, Pieter Hugo è uno dei fotografi più rappresentativi della sua generazione. Nelle sue opere esplora con grande capacità di penetrazione le contraddizioni più stridenti e alcuni aspetti periferici ma densi di significato delle nuove società africaneHa vinto alcuni dei più prestigiosi premi internazionali per la fotografia: ‘Discovery Award’, Rencontres D’Arles Photographie e ‘KLM Paul Huf Award’ nel 2008; ‘Standard Bank Young Artist Award for Visual Art’ nel 2007; ‘World Press Photo Award’ e ‘Getty Images Young Photographers’ nel 2006.

Fonte

Periodo: fino al 09/01/2010
GALLERIA EXTRASPAZIO
via San Francesco di Sales, 16/a
Roma
Orari: dal martedì al sabato dalle ore 15.30 alle ore 19.30 e su appuntamento
Tel. 06 68210655
E-Mail
Web

http://www.pieterhugo.com/

Scatti che grondano sangue, violenza, corruzione, stregoneria, tragedia … con un ricco assortimento di demoni, cadaveri in decomposizione, corpi straziati, che attingono dagli stereotipi cinematografici e dall’immaginario simbolico locale per restituire un quadro di finzione che grida realtà.

John Dollar Emeka. Enugu, Nigeria 2008

Chris Nkulo and Patience Umeh. Enugu, Nigeria, 2008

Chigozie Nechi. Enugu, Nigeria, 2009

Azuka Adindu. Enugu, Nigeria, 2008

Casmiar Onyenwe. Enugu, Nigeria, 2008

Chika Onyejekwe, Junior Ofokansi, Thomas Okafor. Enugu, Nigeria, 2009

Chommy Choko Eli, Florence Owanta, Kelechi Anwuacha. Enugu, Nigeria, 2008

Clinton Ibeto. Enugu, Nigeria, 2008

Dike Ngube and Gold Gabriel. Enugu, Nigeria, 2008

Emeka Onu. Enugu, Nigeria, 2008

Emeka Uzzi. Enugu, Nigeria, 2009

Emilia Ibeh, Doris Orji and Sharon Opiah. Enugu, Nigeria, 2008

Escort Kama. Enugu, Nigeria, 2008

Fidelis Elenwa. Enugu, Nigeria, 2009

Gabazzini Zuo. Enugu, Nigeria, 2008

Ibegbu Natty. Enugu, Nigeria, 2008

Izunna Onwe and Uju Mbamalu. Enugu, Nigeria, 2008

John Mark. Asaba, Nigeria, 2008

Junior Ofokansi, Chetachi Ofokansi, Mpompo Ofokansi. Enugu, Nigeria, 2008

Kelechi Nwanyeali. Engugu, Nigeria, 2009

Linus Okereke. Enugu, Nigeria, 2008.

Linus Okereke. Enugu, Nigeria, 2008

Major Okolo and Do Somtin. Enugu, Nigeria, 2008

Malachy Udegbunam. Enugu, Nigeria, 2008

Malachy Udegbunam with children. Enugu, Nigeria, 2008

Maureen Obise. Enugu, Nigeria, 2009

Mr Enblo. Enugu, Nigeria, 2008

Ngozi Oltiri. Enugu, Nigeria, 2009

Obechukwu Nwoye. Enugu, Nigeria, 2008

Omo Omeonu, Enugu, Nigeria, 2008

Pieter Hugo. Enugu, Nigeria, 2009

Princess Adaobi. Enugu, Nigeria, 2008

Rose Njoku. Enugu, Nigeria, 2008

Song Iyke. Enugu, Nigeria, 2008

Song Iyke with onlookers. Enugu, Nigeria. 2008

Song Iyke with Ebube, Thank God and Mpompo. Enugu, Nigeria, 2008

Tarry King Ibuzo. Enugu, Nigeria, 2008

Thompson. Asaba, Nigeria, 2008

Fonte Photos

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lunedì 30 novembre 2009

LA REGINA D’AFRICA IN MOSTRA

Ha aperto a Marcon, alle porte di Venezia, nella sede espositiva di Artetivù, la mostra “Esther Mahlangu, La regina d’Africa”, dedicata ad una delle figure più importanti ed emblematiche del panorama artistico mondiale. La sua consacrazione come grande artista di livello internazionale avviene nel 1989 con la mostra ‘Magiciens de la terre’ del Museo Pompidou di Parigi.

Da quel momento non si contano le sue mostre nei più importanti musei del mondo e nelle Biennali (Musée des Beaux Arts, Parigi; National Museum, Washington DC; Tobu Museum, Tokyo; Pinacoteca Agnelli, Torino; Documenta 9, Kassel; Biennale di Lione, Lione; Biennale di Malindi, etc.). Le sue opere sono presenti nelle più importanti collezioni private, tra cui quella dello svizzero Jean Pigozzi.

Ha dipinto la BMW per la grande collezione della casa automobilistica tedesca e la nuova 500 Fiat per gli Agnelli a Torino.

Quasi 100 lavori tra tele, ricami con perline, terrecotte dipinte ed altro ancora, saranno visibili nei seicento metri quadri di esposizione e rappresenteranno la più grande mostra mai dedicata in Italia all’artista.

Esther Mahlangu, è una delle più importanti artiste della tribù Ndebele. Nata nel 1936 in Middelburg, Mphumalanga, in Sud Africa. Ha appreso l'arte della pittura murale da sua madre e da sua nonna, che le hanno insegnato a dipingere ad appena dieci anni. Si è occupata di pittura da allora e non ha più smesso.
Dipingere, afferma, la fa sentire "molto, molto felice."
La sua arte si è evoluta dall'antica tradizione di decorare le case.
Per continuare la tradizione Esther, dirige una scuola per ragazze presso la sua tribù, in Kwa-Ndebele. Lei si sente un'ambasciatrice della sua gente e della sua tradizione, e il suo lavoro all'estero si basa soprattutto sulla volontà di far conoscere al mondo le sue origini. Le sue opere hanno fatto il giro del mondo (Australia, Giappone, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Spagna, Svizzera, Usa). Fonte


Le donne Ndebele

si tramandano di madre in figlia l'arte di dipingere i muri delle loro case. Queste pitture vengono fatte per annunciare un matrimonio, o altri importanti eventi. Talvolta sono una forma di preghiera e di culto; in altri casi sono una forma di protesta. Lo stile e la tecnica di quest'arte si sono sviluppati durante molti anni.
"…Tra i diciotto ed i ventidue anni, i giovani uomini della tribù, si recano alla 'Wela', la cosiddetta scuola della circoncisione, dove apprendono il codice e le leggi su cui si basa la vita all'interno della tribù. Per celebrare questo passaggio dei giovani all'età adulta, le donne restaurano l'aspetto della loro casa. Rivestono i muri di una preparazione specifica a base di sterco di vacca e di gesso, ricostruiscono l'entrata e dipingono i muri, sia all'interno sia all'esterno… …Hanno a loro disposizione tutto un repertorio di figure tradizionali che utilizzano molto liberamente. Le decorazioni più ricche ornano la facciata principale. Questa diretta relazione che le donne hanno con la propria casa, in una società matriarcale, permette loro di esprimere la propria personalità in rapporto alle altre spose del capo di famiglia, affermandosi come individuo capace di gestione." (Joëlle Busca, "Perspective sur l'art contemporain Africain", edizioni 'L'Harmattan', Parigi)


"Questa pittura è uno strumento di lotta e resistenza attiva. In Sud Africa l'arte è uno strumento, carico di simboli politici e sociali, usato contro l'apartheid che fu instaurato nel 1948, e che tracciava dei netti confini tra bianchi e neri, relegando questi ultimi in luoghi, case, scuole, autobus specifici. Anche la cultura degli Ndebele, come le altre, fu marginalizzata dall'apartheid che voleva imporre una cultura bianca e protestante, schiacciando così le culture nere, poligame e matriarcali.
Ecco allora che queste donne si appropriano dei simboli, delle immagini, proprie delle società bianca, intoccabile. Le donne usano un vocabolario tradizionale e lo modernizzano continuamente."
(Joëlle Busca, "Perspective sur l'art contemporain Africain", edizioni 'L'Harmattan', Parigi)
"I colori che usano, variano da semplici pigmenti naturali che escono grezzi dalle pentole, a colori acrilici, scelti secondo la superficie su cui lavorano. Le decorazioni sono sistematicamente incorniciate di nero o di bianco in modo che il colore sia ancor più visibile rispetto alle case circostanti. La loro pittura è fredda, i colori sono piatti e c'è un gran rigore nel tracciare il disegno. La linea è semplice, orizzontale, verticale o spezzata, ma è forse proprio questa semplicità che fa risaltare la precisione e lo stile utilizzato. Le loro pitture tendono verso un'astrazione geometrica. Geometrie, rapporti di colore, di linee, di forme, in un linguaggio prestabilito che si ripete. Figure semplici ma allo stesso tempo molto complesse."
[Joëlle Busca, "Perspective sur l'art contemporain Africain", edizioni 'L'Harmattan', Parigi]
Oggi c'è in queste donne una voglia di uscire dal villaggio e far conoscere nel mondo la loro tradizione Ndebele. Il turismo si affianca a questa esigenza, che le vede trasferire la pittura, su nuove superfici, dalle stoffe e i grembiuli, (che però oggi giungono dalle fabbriche estere stampati e pronti per l'uso), uova di struzzo, astucci di legno, ad altri materiali facilmente trasportabili. Feste ed artigianato iniziano ad essere sempre più trasformati dai soldi e dal turismo. Prende il nome di Arte Popolare e i turisti vi si gettano a capofitto, ma resta molto lontana da quella tradizionale. …E' con l'esposizione 'Magiciens de la Terre' che le pitture delle donne Ndebele hanno trovato la strada per farsi conoscere in tutto il mondo…
[Joëlle Busca, "Perspective sur l'art contemporain Africain", edizioni 'L'Harmattan', Parigi]


Inizialmente Esther Mahlangu e le altre dipingevano muri di case, e facciate delle scuole, ma essendo troppo lungo, costoso, effimero, e soprattutto senza un grande guadagno (non c'era interesse a comprare le foto di questi lavori), iniziarono ad utilizzare la tela come mezzo per propagandare la loro tradizione. Uno scendere a compromessi con un mondo che ha bisogno di opere 'ibride', calibrate, più commerciali.
"Nel 1995, Laurent Jobert, artista francese, propone a dodici donne Ndebele di lavorare ad un progetto insieme a lui, dando loro modo di farsi conoscere. L'idea prevede la creazione di un'installazione composta da settanta pitture realizzate su cartelli stradali. Viene intitolato 'Coutyard', in ricordo del cortile delle case Ndebele. La scelta dei cartelli stradali come supporti, fanno parte dell'idea su cui Laurent Jobert lavora da anni, cioè quella della resistenza al mercato dell'arte, utilizzando i segni, la loro funzione ideologica, e cercando il modo di non renderli volgari, né banali. Cartelli stradali perché simboli di un'internazionalità che appartiene a questi segnali del regime stradale, in Sud Africa come nel resto del mondo. E' Laurent Jobert che sceglie le artiste e che guida il progetto; lo scopo è di realizzare un lavoro multiculturale in cui tradizione e modernità si trovano affiancate."
[Joëlle Busca, "Perspective sur l'art contemporain Africain", edizioni 'L'Harmattan', Parigi)
Esther Malhangu è quella che più è riuscita a farsi strada nel campo dell'arte occidentale, così come Francina Ndimande e Sarah Dlamini. Nell'estate del 1997 le code degli aerei del British Airways sono state ricoperte di 'motivi etnici' Ndebele, destinati a ricordare la loro provenienza dalla terra Ndebele. Esther Malhangu ha lavorato nel 1991 alla realizzazione della prima African Art Car, all'interno della BMW Art Collection, insieme con artisti del calibro di Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Robert Rauscheberg, David Hockey. E' stata la prima donna ad entrare nella lista della Art Car Collection.
[Joëlle Busca, "Perspective sur l'art contemporain Africain", edizioni 'L'Harmattan', Parigi]
Fonte

Vedi anche:

http://www.bmwpugetsound.com/artcars/artcars.htm

http://www.courtney-clarke.com/Ndebele.htm

http://www.thebeadsite.com/UB-NBART.htm

Esther Mahlangu, La regina d’Africa

fino al 19 dicembre 2009

Galleria Artetivù Via Porta Est, 7 – 30020 Marcon (VE)

orari Mostra dal Lunedi al sabato ore 10.00 – 13.00 /15.00 – 19.30 tel. +39 041 877 10 11 fax +39 041 59 58 001

e-mail: info@artetivu.com

web: http://www.artetivu.com

Abstract I 2002
Acrylic on canvas
90 x 138 cm ( Not-stretched )

Abstract II 2002
Acrylic on canvas
90 x 138 cm ( Not-stretched )

Abstract III 2002
Acrylic on canvas
90 x 138 cm ( Not-stretched )

Abstract IV 2002
Acrylic on canvas
90 x 138 cm

Abstract 2002
Acrylic on canvas
115 x 169 cm

Abstract 2006
Natural pigment and cow dung on canvas
60 x 102 cm

Abstract 2007
Acrylic on board
42 x 60 cm

Abstract 2003
Natural pigment on canvas
88 x 139 cm

Abstract 2003
Natural pigment on canvas
88 x 139 cm

Abstract 2007
Natural pigment on canvas
60 x 80 cm

Abstract 2007
Acrylic on canvas
92 x 123 cm

On the way to the party 2007
Acrylic on canvas
121 x 169 cm

Abstract 2007
Acrylic on canvas
60 x 80 cm

Abstract 2007
Glass beads
68 x 50 cm

Abstract 2006
Glass beads
20 x 20 cm

Abstract 2006
Glass beads
20 x 20 cm

Abstract 2006
Glass beads
20 x 20 cm

Abstract 2006
Glass beads
20 x 20 cm

Ndebele Blanket design 2002
Acrylic on board
40 x 31 cm

Abstract 2007
Serigraph on paper
Edition of 22 + 1 AP
40 x 43 cm

Untitled 2006
Acrylic on manequin hands
Life size ( 29cm )

BMW 525i
Model car edition of 3000
10 x 25 x 8 cm

Abstract 2006
Acrylic on Canvas
62 x 122 cm

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domenica 29 novembre 2009

L’ARTE AFRICANA AL VITTORIANO

È un messaggio animato da iridescenze quello di

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Amani Bodo, 21 anni, del Congo, che pone un cervello al centro del mondo per ripensarlo e trasforma le dita delle mani in uomini per legarle allo stesso corpo.

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Non è da meno «La Haute Diplomatie» di Frédéric Bruly Bouabrè, 86 anni, Costa d’Avorio, che mette in fila diplomatici pronti a stringere mani che, però, solo in rari casi si incontrano. Si arrende, mentre una pistola esce dalla sua tasca,

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il bimbo-soldato «Little Kadogo» di Chéri Samba, star della pittura africana.

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Chéri Cherin, Congo, punta il pennello contro «I nuovi padroni del mondo», tra guerra e miseria.
Usa la poesia Abdul Naguib che riporta i versi del mozambicano Craveirinha sugli abiti stesi di «Karingana wa Karingana» - C’era una volta - valorizzando i diversi significati del termine storia, al contempo conto e racconto. Con colori accesi, a volte violenti, temi forti, spesso drammatici, materiali poveri e dettagli inusitati, artisti cresciuti a contatto con l’arte internazionale e autodidatta che hanno appreso tecniche e stile seguendo istinto e vocazione, è la varietà, tesa a restituire la complessità dello scenario culturale, la linea guida di «Africa? Una nuova storia», prima grande esposizione che Roma dedica all’arte contemporanea africana, ospitata al Vittoriano fino al 17 gennaio. Articolato in due sezioni, il percorso prende le mosse dai lavori di autori indicati dalle ambasciate africane per poi entrare nel vivo delle tendenze artistiche con la collezione di Jean Pigozzi, il più grande collezionista del settore.

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Dai «toys» di legno di Demba Camara

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alle sculture rituali di Efiaimbelo,

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dagli intarsi in biro su carta di Gedewon

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al trittico «Tsunami» di Richard Onyango, circa 80 tra dipinti, sculture, istallazioni e video di trenta artisti dei Paesi Subsahariani, illustrano una nuova immagine - e storia, appunto - dell’Africa, che alla povertà di risorse, su cui spesso si concentra l’attenzione occidentale, oppone la ricchezza spirituale e culturale, portando il continente alla ribalta della scena artistica in una mescolanza di tradizioni reinventate con spunti d’attualità e denuncia. «La povertà ha diverse dimensioni - dice Romuald Hazoumè del Benin, che usa materiali di recupero, trasformando vecchie taniche in istallazioni e maschere -. Siamo artisti poveri, se con ciò si intende non avere denaro. In realtà, siamo molto ricchi». «Le nostre opere parlano a livello emotivo ma ne andrebbero studiati pure i simboli - spiega Abdoulaye Konate del Mali, in mostra con la grande opera in tessuto Génération Biométrique -. A scuola studiamo i lavori occidentali, occorrerebbe che qui fosse fatto lo stesso con le nostre forme d’arte». Ingresso libero.

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sabato 28 novembre 2009

PASSAGES : PHOTOGRAPHY IN AFRICA

Dopo essere stata allestita in alcuni dei più importanti musei del mondo, tra cui il Brooklyn Museum of Art di New York, la mostra ‘Passages: Photography in Africa’, che raccoglie le fotografie frutto della passione per l’Africa e per l’esplorazione di Carol Beckwith e Angela Fisher, sarà presentata per la prima volta in Europa presso il Museo regionale di Scienze naturali di Torino, dove resterà esposta da oggi al 24 gennaio.

A female judge urges Wodaabe male dancers to exaggerate their facial expressions, in Niger in 1996

Adioukrou Queen Mother, Ivory Coast, 1992

Arrival of King Opoku Ware II at His Sliver Jubilee, Ghana, 1995

Le due fotografe occidentali hanno viaggiato separatamente per circa vent’anni fino a quando, sempre più affascinate dai rituali delle tribù africane, hanno deciso di unire la propria professionalità e creatività artistica per realizzare un grande progetto: hanno così trascorso 10 anni viaggiando in 26 paesi dell’ampio continente, immortalando con la loro macchina fotografica riti, storie e culture oggi in rapida estinzione, perché caduti in disuso o soppressi. Il tutto vivendo fra le persone locali, imparando le loro lingue e nutrendosi dei loro cibi.

Basari Initiate, Senegal, 1995

Carol Beckwtih and Angela Fisher captured this Ndebele child at a wedding in South Africa in 1996

Figures are stacked up on one another in this medicine bowl by an unknown Dogon artist from Mali. The 29th century wood carving is in the permanent collection of the Bowers Museum.

Maasai Initiates Receiving Blessings of Elders, Kenya, 1995

La loro ricerca è culminata nell’opera in due volumi ‘African Ceremonies’, pubblicati nel 1999 e tradotto in diverse lingue da cui sono tratte le 92 fotografie (di vario formato) esposte nelle sale del Museo, che raccontano il viaggio-testimonianza condotto dalla Beckwith e dalla Fisher.

Masaai bride in Kenya in 1995

Masaai Warrior with Ostrich-Feather Headdress, Kenya, 1995

Painted Karo Courtship Dancer, Ethiopia, 1996

Painted Karo Dancer, Ethiopia, 1987

Painted Surma Man, Ethiopia, 1986

Unmarried Surma Girl, Ethiopia, 1986

Voodoo Dancer at Kokuzahn Festival, Ghana, 1993.

Sono state fotografate ben 43 cerimonie mai prima di allora documentate, che mostrano il ciclo della vita: dalla nascita, attraverso l’iniziazione, il corteggiamento, il matrimonio, le incoronazioni reali, i rituali stagionali, gli esorcismi di guarigione, fino alla morte.

Stilt Dancers, Mali, 1994

This is an initiation mask by an unknown Yaka artist, done in the 20th century in the Democratic Republic of Congo.

Ndebele House Painting, South Africa, 1996 by Carol Beckwith and Angela Fisher

Three Wodaabe Male Charm Dancers, Niger, 1981.

Le immagini, dai colori intensi, sono intime e autentiche senza rinunciare al tocco esotico. Le autrici, infatti, in quanto donne, hanno avuto libero accesso a luoghi proibiti agli uomini e in quanto straniere, sono state spesso accolte come ‘uomini onorari’ in occasione di cerimonie esclusivamente maschili.

L’esposizione comprende anche 16 gioielli e 6 filmati di durata 3-5 minuti girati dalla Beckwith durante la realizzazione del libro ‘African Ceremonies’.

MUSEO REGIONALE DI SCIENZE NATURALI

Via Giovanni Giolitti 36 (10123)

+39 0114326354 , +39 0114326320 (fax)

Museo.mrsn@regione.piemonte.it

www.regione.piemonte.it/museoscienzenaturali

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venerdì 27 novembre 2009

OLTRE IL BAROCCO

Pochi giorni fa vi avevamo parlato della mostra sui manufatti d’oro degli Inca. In contemporanea al Museo di Santa Giulia di Brescia va in scena Plus Ultra.

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Oltre il Barocco, una mostra che porta in Italia per la prima volta Italia novanta capolavori del barocco latinoamericano.

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Il percorso si snoda su differenti livelli di rappresentazione, dall’iconografia sacra, alla pittura decorativa e di castas, fino all’arte neobarocca. Dal 4 dicembre 2009 al 27 giugno 2010 la mostra curata da Giorgio Antei con l’aiuto di eminenti personalità culturali sudamericane, si snoda in un percorso che comincia proprio dove si conclude Inca. Origine e misteri delle civiltà dell’oro.

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I maestri del barocco latinoamericano non sono molto conosciuti, ma il loro stile è forte e spiritualmente declinato. Tra di loro anche un italiano,

Angelino Medoro - Coronación de la Virgen del Rosario

Angelino Medoro, assieme a Correa, Villalpando, Torres, Rodriguez, Figueroa e molti altri. Poi in mostra diversi biombos settecenteschi, dei paraventi di stile novohispanico (Messico).

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giovedì 26 novembre 2009

I TESORI DI SHANGRI-LA

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(image credit: Kris Erickson)

LHASA, Tibet -- Manoscritti, opere d'arte e antichi capolavori buddisti di fattura unica e rara: ecco l'incredibile scoperta di una spedizione americana del National Geographic tra i picchi himalayani del Mustang. L'ipotesi è che il tesoro, nascosto dentro caverne nascoste su pareti vertiginose, appartenesse al mitico regno di Shambhala, ossia Shangri-La, la leggendaria terra di perfezione che corrisponde, se vogliamo, all'Atlantide dell'estremo Oriente.

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Molti esploratori hanno provato a trovare lo scomparso "paradiso perduto" di Shangri-La, descritto nel romanzo "Orizzonte perduto" del 1933: un regno dove le persone vivevano in pace, senza odio, invidia, avidità o ira, producendo cibo e opere d'arte. L'autore, James Hilton, lo aveva collocato all'estremo ovest dell'Himalaya, come volevano i racconti di alcuni gesuiti di ritorno dal Tibet che diedero i natali al romanzo. Ma nessuno ne trovò mai traccia.
Ora, sembra che gli americani possano avercela fatta. La scoperta, divulgata soltanto nei giorni scorsi, risalirebbe addirittura al 2007, anno in cui si svolse la prima spedizione esplorativa del National Geographic condotta dall'esploratore Broughton Coburn e dall'alpinista Pete Athans.

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In quell'occasione Coburn e Athans si spinsero nella parte superiore del Mustang, al confine tra Nepal e Tibet: lì hanno individuato delle caverne misteriose il cui ingresso si trovava a decine e decine di metri da terra. L'abilità di Athans e di altri climber che hanno preso parte alla spedizione ha permesso di raggiungere questi anfratti che, davanti agli occhi increduli di tutti, hanno rivelato tesori inestimabili.

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Preziosi affreschi, santuari di secoli fa, manoscritti di antiche religioni tra cui la cultura Bon, opere d'arte sulla vita di Bhudda e scheletri di secoli e secoli fa. Tutto questo si trovava nelle grotte, che si stima risalgano a seimila anni fa. E tutto, grazie al clima del luogo, era quasi perfettamente integro.
Il tesoro ha fatto subito pensare a Shangri-La. "Molti studiosi ritengono che il regno di Shambhala sia esistito davvero - ha detto Coburn - e che ne siano rimaste tracce in diverse valli himalayane. Queste caverne nascoste furono create probabilmente quando la loro religione e i loro principi furono minacciati".

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Una seconda spedizione di Coburn e Athans, nel 2008, ha permesso di mettere in salvo una parte dei tesori, che ora si trovano nel monastero di Mustang. La loro conservazione, infatti, rischiava comunque di essere messa in pericolo dall'erosione o dai terremoti.
La storia di questi ritrovamenti è oggetto di due documentari dal titolo "Lost Cave Temples of the Himalayas and Secrets of Shangri-La" che sono in onda questo mese sul canale satellitare del National Geographic. Eccone un assaggio.

Sara Sottocornola

Guarda il video

Info e photo courtesy of National Geographic

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mercoledì 25 novembre 2009

LE IMMAGINI DI MONICA BIANCARDI

Il 28 novembre 2009 il MAV - Museo Archeologico Virtuale di Ercolano e il Museo Civico del Torrione di Forio d’Ischia (NA) usciranno dai loro tradizionali canoni espositivi per fare spazio ad un’eccezionale mostra fotografica che documenta la ricerca dell’artista napoletana Monica Biancardi in Palestina, in mezzo alle tende delle donne beduine.

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Un viaggio che prende appunto il titolo Tra le immagini, e ci riporta il dramma di una piccola minoranza della popolazione palestinese, che ha vissuto in maniera estremamente tragica l’apartheid imposto dagli israeliani.

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I beduini con la costruzione del muro nella striscia di Gaza hanno dovuto abbandonareogni forma di nomadismo e quindi si sono visti ‘tagliare le gambe’ ed hanno perso un importante riferimento identitario.

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In mostra fino al 10 gennaio 28 immagini scattate tra il 2005 e il 2009 e 16 disegni sul tema dell’infanzia diversamente abile. L’inaugurazione è prevista per venerdì 27 novembre alle ore 18 con un grande spettacolo dove le fotografie della Biancardi verranno proiettate e movimentate, con la colonna sonora dal vivo di Carlo Faiello.

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martedì 24 novembre 2009

NUDO PER STALIN

«Nudo per Stalin», l'arte (e la censura)
al tempo dell'Unione Sovietica

In mostra le fotografie della Russia degli anni ’20 e ’30

Attraverso la fotografia — che in quanto «immagine» fu strumento prediletto per la propaganda di tut­ti i regimi totalitari del Novecento — una mostra che propone un affa­scinante viaggio in un mondo in gran parte sconosciuto in Italia: la fotografia russa degli anni Venti e Trenta del XX secolo, passando da­gli scatti immediatamente successi­vi alla Rivoluzione d’ottobre, fino alle immagini di anni che segnano il culmine del regime comunista di Stalin.

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È in questo arco cronologico che si sviluppa l’insolita esposizione inaugurata ieri presso la Sala Santa Rita e intitolata «Nudo per Stalin» (via Montanara, fino all’11 genna­io, ingresso gratuito, lunedì-vener­d ì 10-18, tel. 06.06.08), che attra­verso 71 foto storiche descrive un passag­gio chiave (e non troppo dissimile da quello vissuto in altri paesi guidati da ditta­ture) per la storia del­­l’arte in Russia, paese fucina di straordina­rie invenzioni in cam­po artistico: il passag­gio, appunto, da un clima di avanguardia, ricerca e sperimenta­zione, a un clima in­volutivo in cui uno stesso tema — il cor­po in movimento o il nudo — diventa «uffi­cialità », e «censura», quando non addirittu­ra «pornografia», con relativi internamenti forzati nei lager per al­cuni protagonisti (de­stino che toccò in sor­te, ad esempio, al ma­estro della fotografia Aleksandr Grinberg, il quale, pur in scatti privati, aveva trasgre­dito alle disposizioni di Stalin in materia di ripresa del nudo).

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Col sapore dei decenni trascorsi, le immagini esposte risultano co­munque quasi sempre molto belle (e scattate da abili artisti del gene­re), ma osservandole è spesso evi­dente quel «trapasso» di mentalità che può essere riassunto come un passaggio dall’ammirazione del corpo e della nudità (legato anche al trionfo della nuova coreografia, cui aveva contribuito in parte la «ri­voluzione » di Isadora Duncan, pre­sente a Mosca con una scuola dal 1921) alla propaganda, dall’arte del movimento (tema chiave un po’ ovunque negli anni Venti) al plasti­cismo delle adunate, dalla agilità dei corpi liberi (tipici i veli svolaz­zanti e le pose acrobatiche delle danzatrici plastiche in stile Dun­can) alla marzialità di un sport vis­suto con finalità educative nelle grandi parate ginniche sulla Piazza Rossa negli anni Trenta.

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Partendo dai fotografi pittoriali­sti russi (Napel’baum, Eremin, Svi­scov Paola, Grinberg, Vlas’evskj, Telesov, Divago, Zimin), i quali scelsero il corpo femminile, spesso nudo, come soggetto idoneo a rap­presentare le diverse possibilità di movimento, la mostra traccia dun­que un percorso di rottura (ma con elementi di continuità) con le rap­presentazioni dello stesso tema nel­la decade successiva.

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I risultati della prima fase sono sintetizzati nel racconto delle quat­tro mostre dell’«Arte del Movimen­to », che si tennero a Mosca tra il ’25 e il ’28 a cura dell’importante Laboratorio Coreologico atti­vo nella capitale russa (il La­boratorio faceva parte del­l’Accademia russa di Scienze Artistiche, o Ra­chn, fondata da Kandin­skij e Lunakarkij nel 1921 con la finalità di indagare i movimenti del corpo — dalla dan­za al lavoro — attraver­so i vari mezzi: fotogra­fia, cinema, disegno, pit­tura, scultura...).

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Nei risultati della secon­da fase invece, quella della nuova percezione del corpo im­posta dal dittatore, si perde molto del carattere sensuale e seduttivo delle immagini, per approdare a un’estetica di massa — modello di salute e igiene — dove ginnastica di gruppo e coreografie, pur con­servando alcuni stilemi del clima respirato nel decennio precedente (nelle piramidi umane o nelle figu­re acrobatiche di coppia ad esem­pio)

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sembrano a volte la parodia di quella libertà di espressione, una parodia pudicamente abbigliata di costumi da bagno e imbracature di vario genere, momento che attra­verso gli esodi nei gulak del terrore con accuse di pornografia prelude­rà all’impossibilità totale, nell’Urss dei decenni successivi, di esporre un nudo qualsiasi a una mostra d’arte.

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La mostra, promossa dall’asses­sorato alla Cultura del Comune, è organizzata dalla Fondazione Inter­nazionale Accademia Arco.

Edoardo Sassi
30 ottobre 2009

29 ottobre - 11 gennaio 2010
"Nudo per Stalin"
Sala Santa Rita, via Montanara (piazza Campitelli)
lunedì-venerdì dalle 10 alle 18
Ingresso libero
Informazioni http://www.zetema.it/

Fonte

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lunedì 23 novembre 2009

WILDLIFE PHOTOGRAPHER OF THE YEAR

AL MUSEO CIVICO DI ZOOLOGIA DI ROMA IN MOSTRA GLI SCATTI PIU’ BELLI DELLA FOTOGRAFIA NATURALISTICA

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"Polar sunrise" dell'inglese Miguel Lasa ha vinto nella categoria "Visioni creative della natura"

Animali e piante da guardare con occhi nuovi, in una diversa relazione uomo natura.

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"Swamp cypress" di Cece Fabbro (Usa) ha vinto nella categoria "In praise of plants"

85 immagini che a volte fanno sorridere a volte volutamente provocatorie in una sorta di celebrazione della natura e dei suoi territori selvaggi.

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"Sun jelly" di Carlos Virgili (Spagna) ha vinto nella categoria "Bianco e nero"

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"First encounter" dell'americano Brian Skerry ha vinto nella categoria "Il mondo sottomarino"

E’ “Wildlife Photographer of the Year”, l’occhio inedito dell’uomo dentro la natura, diventato negli anni il massimo evento per fotografi professionisti e amatoriali e ospitato a Roma, nella sua importante tappa italiana, al Museo Civico di Zoologia dal 12 novembre 2009 al 10 gennaio 2010.

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"Deadlock" dell'inglese David Maitland ha vinto nella categoria "Comportamento, non mammiferi" con questa foto di una rana e un serpente

L’esposizione romana, curata da Carla Marangoni – che nasce dal concorso indetto dal Natural History Museum di Londra e dalla BBC Wildlife Magazine - è promossa dal Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, Dipartimento IV Politiche Culturali e della Comunicazione, con la distribuzione in Italia di Pas Events (www.pasevents.com) e i servizi museali di Zètema Progetto Cultura e presenta le più belle e significative foto naturalistiche scattate dai fotografi di tutto il mondo in tutto il mondo.

Osservando queste immagini ci stupiremo per ciò che la gente comune non ha mai visto. Qualche esempio?

Leaf-cutter Ant carrying petal of Dipteryx panamensis to nest, Lowland Rainforest
Zompopas cargando pétalo de Dipteryx panamensis al nido, Bosque Lluvioso
La Selva, Costa Rica
Code/Código #I0211   © Adrian Hepworth

“Petal procession” (Processione di petali), della categoria Behaviour (Comportamento), di Adrian Hepworth, scattata nella foresta della Costa Rica, una surreale processione di petali che si snodano lungo un tronco trasportati dalle formiche. Questa foto, è stata ottenuta usando un tempo di scatto lento per rendere l’effetto “scia” e attivando il flash alla fine dello scatto per riuscire a bloccare l’immagine delle formiche in movimento.

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Ma potremo stupirci anche per soggetti forse già visti – come “Snow swans” (I cigni delle nevi), i cigni di Yongkang Zhu nella categoria Animals in The Environment (Animali e il loro ambiente) - fotografati in modo da renderli completamente nuovi allo sguardo dell’osservatore. Tutto contribuisce a creare l’attimo perfetto: la tormenta, il cigno che si alza in volo, il resto dello stormo che assiste alla scena, i giovani goffi e il giallo acceso dei becchi in contrasto con il paesaggio monocromatico.

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Ed ecco capolavori come “Snowstorm leopard” (Leopardo nella tempesta di neve) di Steve Winter - fotografo americano del National Geographic vincitore dell’edizione 2008 - sicuramente l’immagine più sorprendente di tutte quelle in concorso, scattata dopo dieci mesi di appostamento sulle montagne dell’Himalaya, per poi cogliere questo animale, una sorta di sacro Graal per fotografi, biologi e scrittori, nel suo elemento naturale, fino a quel momento visione privilegiata solo per pochi occidentali.

Le foto sono state selezionate sulla base della loro valenza artistica oltre che per la maestria nell’uso delle tecniche fotografiche, ma con un’ampia varietà di soggetti e di stili: ritratti indimenticabili per la loro umanità e unicità

images are for one use only to promote Wildlife Photographer of the Year 2008 and should not be archived.

SUB-ADULT MALE BLACK CRESTED MACAQUE (MACACA NIGRA)
TANGKOKO NP, SULAWESI, INDONESIA

– basta pensare alla foto dell’italiano Stefano Unterthiner intitolata “Troublemaker” (Piantagrane), premiata per la categoria Animal Portrait (Ritratti di animali), che ritrae un macaco sulla spiaggia nel Parco Nazionale di Tangkoko. L’espressione buffa del macaco, la pettinatura sgraziata creano una perfetta sintesi con l’ambiente circostante, frutto di un lungo lavoro di appostamenti e di una fiducia conquistata con pazienza.

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Sarà possibile ammirare foto di comportamenti nascosti come quelli immortalati da Jordi Chias nella categoria “The Underwater World “(Il mondo sommerso) che con la foto “Daddy long legs” (Papà gambe lunghe) ha avuto la genialità di fermare un momento magico: il maschio della specie arrow crab (una sorta di granchio a freccia) protegge la femmina e le uova dagli attacchi dei predatori, sovrapponendo le sue chele a quelle della compagna, creando uno splendido gioco di linee e colori. La geometria delle zampe si interseca agli aculei dei ricci su uno sfondo blu cobalto tempestato da minuscole stelle d’argento che altro non sono che pesciolini di passaggio.

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O ancora la vista panoramica nella sezione “Wild Places” (Luoghi selvaggi) che ci presenta Andy Biggs con “Skeleton Coast”, uno dei luoghi più fotografati al mondo ma che riesce ancora a stupire. Dal finestrino di un aereo il fotografo ha cercato – riuscendo perfettamente – di rendere il senso dell’altezza vertiginosa delle dune di sabbia della Namibia lambite dalle onde del mare, creando una perfetta sintesi tra lo stato selvaggio della natura e la meraviglia dello sguardo umano che lo coglie.

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Antoni Kasprzak nel suo reportage ambientale ha invece avuto la capacità con “Clash of eagles” (Scontro tra aquile) di riprendere la lunga e furiosa lotta per la sopravvivenza di due aquile sotto una tormenta di neve, per la conquista della carcassa di un’alce. Una foto, vincitrice nella categoria “Behaviour” (Comportamento), frutto di geniale intuizione e ore di paziente attesa dove le luci basse e la neve che cade creano l’atmosfera perfetta per rappresentare l’aggressività delle aquile.

La mostra si articola in sedici sezioni: Comportamento animale: uccelli, Comportamento animale: mammiferi, Comportamento animale: tutti gli altri animali, Animali nel loro ambiente, Elogio alle piante, Ritratti di animali, Natura in bianco e nero, Il mondo subacqueo, Natura in città, Visioni creative della natura, Paesaggi incontaminati, Fotografi fino a 10 anni, da 11 a 14 anni, da 15 a 17 anni, Premio “Una sola terra”, Premio “Gerald Durrel” per le specie a rischio di estinzione.

Immagini che catturano e riassumono in sé visione privilegiata, fortuna, conoscenza della macchina fotografica e della natura, sempre nel rispetto del soggetto, che viene prima di ogni altra cosa.

La mostra sarà arricchita da tre appuntamenti con i fotografi Manuel Presti (giovedì 19 novembre ore 18.30), Simone Sbaraglia (mercoledì 2 dicembre ore 18.30) e Mimmo Frassineti (mercoledì 16 dicembre ore 18.30) che accompagneranno i partecipanti alla scoperta dei segreti di questa magica professione e dal concorso fotografico “Natura Urbana” organizzato dalla Cooperativa Myosotis, rivolto a grandi e piccoli.

Museo Civico di Zoologia
Via Ulisse Aldrovandi, 18 – Roma

Orari
Tutti i giorni (escluso il lunedì) 9.00 -19.00

Biglietto
Intero € 6.00; ridotto € 3.50.
L’accesso alla mostra è compreso nel biglietto d’ingresso

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domenica 22 novembre 2009

MEGUNICA

Megunica, ovvero Messico – Guatemala – Nicaragua – Costarica - Argentina, il Sudamerica di Blu, artista che ad ogni nuovo lavoro mi lascia sempre a bocca aperta. Megunica è un documentario di Lorenzo Fonda del 2008 e verrà proiettato in occasione della rassegna Lo Schermo dell’Arte a Firenze domani lunedì 23 novembre.

Megunica racconta del viaggio di Blu con alcuni amici, Silvia Siberini (Sibe), Ivan Merlo e il regista Lorenzo Fonda attraverso cinque paesi dell’America Latina. Ogni tappa un nuovo progetto creativo, blu al lavoro, le sue animazioni e il suo rapporto di scambio con i luoghi che lungo il cammino lo ospitano. Sul sito del documentario trovate tutte le foto dei pezzi di Blu, ma già nel trailer qua sopra se ne vedon delle belle.

Se siete a Firenze in questi giorni, vi consiglio vivamente di farci un salto. Il 23 novembre, giorno d’inaugurazione della rassegna curata da Silvia Lucchesi partirà con la presenza di Alfredo Jaar in sala ed il suo Le Ceneri di Pasolini alle 21. Alle 22 in prima assoluta italiana A conversation with Basquiat di Tamra Davis. Alle 22:30 in collaborazione con EX3 Centro per l’arte contemporanea Megunica di Lorenzo Fonda, che durerà circa un’ora.

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sabato 21 novembre 2009

FRANCO GENTILINI

Franco Gentilini al Museo della Permanente

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Il suo primo dipinto lo fece a 15 anni. Era il 1923. Figlio di un calzolaio, Franco Gentilini (1909-1981), amava creare ceramiche come da tradizione faentina e la passione per la pittura riprese il sopravvento più tardi grazie all’ispirazione dell’Ottocento impressionista.

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Proprio per la sua passione per il connubio tra pittura e architettura e per i suoi «disegni prospettici»,, venne definito nel contesto della cultura italiana tra la Seconda guerra mondiale e il dopoguerra.

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Questa sua singolarità gli valse l’attenzione di Dino Buzzati, un connubbio dal quale scaturì lo scritto «Le Chiese di Gentilinia» accompagnato da acqueforti e litografie , di una città pensata tra sogno e realtà, impermeata di poesia, con 756 abitanti, nessun prete ma un gran numero di chiese, cattedrali, battisteri, puntalmente reinventate da gentilini e raccontate in maniera esemplare da Buzzati. Si tratta di cattedrali ricostruite con la memoria di altre chiese, così le città perdono aderenza con il suolo nel disegno perchè anch’esse rievocate e ritrasformate nella mente dell’artista: metropoli ricche di umanità, assimilabili alla strutture decomposte deglis tessi spazi urbani.

Gentilini

Ogni tanto amava metterci qualche gatto, magari davanti a un portale di una chiesa. Il linguaggio figurativo e la sua personale interpretazione della spazialità, nonchè della prospettiva la possiamo trovare nelle cento opere suddivise in otto sezioni, tra dipinti, disegni, collages, illustrazioni e fotografie al Museo della Permanente di via Turati fino al 10 gennaio, accompagnate da una completa biografia edita da Skira a cura di Maria Teresa Benedetti con testi di Benedetti, Strinati, Pontiggia, Liveri.

Le Nudiste (1978)

GLI AMANTI

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Crocifissione (1970) di Franco Gentilini

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La crescita artistica del pittore si compio in nome della poesia essendo Gentilini strettamente legato a figure come Dino Campana, Giuseppe Ungaretti, Raffaele Carrieri, Biagio Marin, Stéphane Mallarmé, Pablo Neruda, Italo Calvino, Vittorio Sereni, Giorgio Baffo, Alfonso Gatto, Romeo Lucchese e Cesare Vivaldi. «La Basilica di San Pietro», «Il Ponte di San Carlo», «Suonatori e ambulanti davanti a Santa Maria Maggiore», tutti esemplari degli anni che vanno dal 1933 al 1952, mentre del ventennio che va dal 1953 al 1972 è doveroso citare «Banchetto», «Nature Morte, «Adamo ed Eva», ma è dalla metà deglia nni ’50 che le figure diventano bimensionali e piene di effetti cromatici e ritmici.

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Giocatrice di tennis, 1965

«Amo il mio mestiere di pittore e percciò sono fedele alla mia vocazione. Dipingo da quando ero ragazzo e me la sento addosso come un vestito cucito sulla mia pelle. I miei temi finiscono per diventare variazioni del rapporto umano tra le cose e le creauture». Parole di Gentilini.

Articolo di Luciana Baldrighi

Fonte

Museo della Permanente di via Turati

dal 12-11-2009 al 16-01-2010
Tel/Fax 02 780918
E-mail: info@guastalla.com
Orari: 10-13, 15-19. Chiusi lunedì e festivi
http://www.guastalla.com/

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venerdì 20 novembre 2009

I TESORI SUDAMERICANI DELL'ETÀ DELL'ORO

Un omaggio alla civilta' dell'America Latina e dei Caraibi in occasione del bicentenario dell'indipendenza delle colonie americane dalla Spagna e in concomitanza con la quarta conferenza mondiale Italia-America Latina, che si terra' a Milano: sono le mostre "Inca. Origine e misteri delle civilta' dell'oro" e "Plus ultra. Oltre il Barocco", dal 4 dicembre al 27 giugno al museo di Santa Giulia di Brescia. Due segmenti di un percorso espositivo che parte dagli splendori dell'Impero Inca (dalle sculture precolombiane fiorite in Peru' dal 1500 a.C. fino all'arrivo degli Spagnoli nel 1532) e si allaccia al meno noto periodo post-colombiano.

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Oltre 270 opere provenienti dai maggiori musei peruviani consentiranno di ripercorrere, per la prima volta in Italia, l'intera storia delle civilta' dell'oro.

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Oltre a rappresentare il piu' numeroso complesso di reperti in metalli preziosi mai esposto al mondo, questo appuntamento e portera' nel nostro paese tesori finora mai esposti al di fuori dei confini peruviani. Tra i preziosi manufatti sono presenti oggetti in oro, argento, bronzo, rame, terracotta e sculture in pietra e in legno. Oggetti, vestiti ricoperti d’oro appartenuti ai re dell’antico Perú, poi i paraphernalia (coltelli sacrificali, diademi, strumenti musicali), gli ornamenti (corone, orecchini, narigueras, collane, pettorali, raffigurazioni di uomini e animali e divinità).

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Inoltre la mostra "Plus ultra", che prende il titolo dal motto che compare sullo stemma dei sovrani spagnoli, presenta, novita' assoluta in Italia, 90 tra i maggiori capolavori del Barocco latinoamericano, analizzando i suoi sviluppi attraverso le tematiche dell'iconografia sacra e della pittura decorativa e di 'castas' (incroci razziali), per giungere all'arte neobarocca, esemplificata dall'artista colombiana Olga de Amaral.

Fonte

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